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La Vera Storia di Abdon Pamich: Dall’Istria all’Olimpo

Ripercorrendo la vera storia di Abdon Pamich, Pamich è stato l’ultimo atleta azzurro a conquistare l’oro olimpico nella marcia. Nato il 3 ottobre 1933 a Rovigno d’Istria, oggi territorio croato ma allora parte del Regno d’Italia, Pamich ha attraversato quattro decenni di storia dello sport italiano. La sua carriera è stata segnata da guerre mondiali, esodi forzati e trionfi internazionali che pochi ricordano. Questo articolo ricostruisce le tappe fondamentali di un campione che ha incarnato la resilienza del popolo giuliano-dalmata.

La Vera Storia di Abdon Pamich: Infanzia tra Guerra e Esilio

Gli anni dell’Istria italiana e l’esodo del 1947

Abdon Pamich nacque in una terra di confine, l’Istria veneta che Mussolini aveva annesso all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale. Rovigno era allora una cittadina multietnica dove convivevano italiani, croati e sloveni. Il padre di Abdon, Giovanni Pamich, lavorava come operaio presso i cantieri navali della città. La famiglia visse in povertà le tragedie del Secondo Conflitto Mondiale: nel 1943 il fratello maggiore di Abdon, Livio, venne deportato in Germania come lavoratore coatto e non fece mai ritorno. Questa perdita segnò profondamente il giovane Abdon, che aveva appena dieci anni.
Con il Trattato di Parigi del 1947, l’Istria venne ceduta alla Jugoslavia di Tito. Abdon Pamich visse in prima persona l’esodo degli istro-veneti: nel 1948 la famiglia Pamich abbandonò la casa paterna con una nave carica di profughi diretta a Trieste. Abdon sbarcò in Italia a quindici anni, senza patria e senza fratello, portando con sé solo il dialetto rovignese e una determinazione ferrea. I Pamich si stabilirono a Monfalcone, nel Goriziano, dove il padre trovò lavoro presso i cantieri navali Fincantieri.

La Vera Storia di Abdon Pamich: Scoperta della Marcia

Dal ciclismo agonistico alle prime gare a piedi

Abdon Pamich scoprì la marcia quasi per caso. Adolescente, praticava il ciclismo con buoni risultati locali. Fu il padre a spingerlo verso l’atletica leggera, considerandola uno sport più adatto alla sua corporatura esile ma resistente. A sedici anni, Abdon partecipò alla sua prima gara di marcia su strada a Trieste: percorse i 10 chilometri a passo svelto senza mai avere allenato specificamente, classificandosi quarto. I tecnici presenti notarono immediatamente il suo talento naturale per la disciplina.
Negli anni Cinquanta, Abdon Pamich si sviluppò sotto la guida del tecnico triestino Bruno Bianchi, che ne modellò la tecnica e la resistenza. La marcia era allora uno sport marginale in Italia, dominato dall’ombra del fascismo che l’aveva promossa come disciplina “fisiologica” e militaresca. Pamich, invece, la visse come redenzione personale: ogni chilometro percorso era un passo lontano dal trauma dell’esilio. Nel 1955, a ventidue anni, vinse il suo primo titolo italiano sui 20 chilometri, qualificandosi per i Campionati Europei di Stoccolma.

Le Olimpiadi di Roma 1960: Il Quarto Posto che Cambiò una Carriera

La squalifica che martoriò Pamich per anni

Abdon Pamich raggiunse la ribalta internazionale alle Olimpiadi di Roma 1960. A ventisei anni, era ormai il miglior marciatore italiano, specializzato sulla distanza dei 20 chilometri. La gara olimpica si svolse in un’atmosfera elettrizzante: il percorso attraversava le strade della capitale, da piazza di Porta Capena fino all’Appia Antica, con folla oceanica che incitava gli atleti. Pamich partì con ritmo conservativo, risalendo posizioni nei chilometri finali.
All’ingresso dello Stadio Olimpico, la carriera di Abdon Pamich rischiò di trasformarsi in tragedia. A pochi metri dal traguardo, mentre lottava per il bronzo con il sovietico Vladimir Golubnichiy, Pamich commise un’infrazione tecnica: il giudice di gara lo squalificò per tre piedi a terra contemporaneamente, errore che costa l’immediata esclusione. Il pubblico romano protestò fragorosamente, ma il regolamento era implacabile. Pamich terminò quarto, piazzamento che lo martoriò per anni. In un’intervista del 2008 confessò: “Quella squalifica mi ha rovinato il sonno per quattro anni. Mi allenavo pensando a quei tre passi sbagliati”.

La Vera Storia di Abdon Pamich: L’Oro di Tokyo 1964

La vendetta olimpica sui 50 chilometri

Abdon Pamich trovò il suo apice a Tokyo 1964. A trentun anni, aveva cambiato specialità: abbandonati i 20 chilometri, si era concentrato sui 50, distanza che richiede resistenza mentale oltre che fisica. La gara olimpica si svolse il 18 ottobre 1964, in una giornata umida e torrida. Il percorso, un anello di 10 chilometri da ripetere cinque volte attraverso i sobborghi della capitale giapponese, fu definito da Pamich stesso come “un incubo di cemento e calore”.
La gara olimpica di Abdon Pamich si scrisse nei primi 30 chilometri. Pamich partì a ritmo moderato, lasciando fuggire il tedesco dell’Est Christoph Höhne e il britannico Ken Matthews. Al terzo giro, entrambi gli avversari furono squalificati per infrazioni tecniche, lasciando Pamich in testa con un vantaggio insormontabile. L’italiano completò i 50 chilometri in 4 ore, 11 minuti e 12 secondi, tagliando il traguardo con le lacrime agli occhi e la bandiera azzurra stretta al petto. Fu l’ultimo oro olimpico italiano nella marcia fino ai giorni nostri.

La Vera Storia di Abdon Pamich: Carriera Post-Olimpica

Due Olimpiadi, due matrimoni e una vita da operaio

Dopo Tokyo, Abdon Pamich continuò con altre due partecipazioni olimpiche. A Città del Messico 1968, a trentacinque anni, si classificò settimo sui 20 chilometri, dimostrando una longevità atletica eccezionale. A Monaco 1972, a trentotto anni, concluse al 14º posto sui 50 chilometri, salutando l’attività agonistica dopo vent’anni di carriera. In totale, raccolse 13 titoli italiani, 3 medaglie europee e l’immortale oro olimpico.
Parallelamente all’atletica, Abdon Pamich visse una vita lavorativa umile. Mai professionista, lavorò per quarant’anni come operaio specializzato presso i cantieri navali di Monfalcone, alternando turni massacranti agli allenamenti mattutini. Si sposò due volte: dal primo matrimonio nacquero due figlie, dal secondo un figlio maschio. Nel 1992, a cinquantanove anni, subì un infarto che lo costrinse a un’operazione a cuore aperto. I medici gli diagnosticarono cinque anni di vita: Pamich ne visse altri trenta, continuando a camminare dieci chilometri al giorno.

Gli Anni del Dimenticatoio: Da Eroe Olimpico a Pensionato Anonimo

L’oblio istituzionale di un campione

Nel Terzo Millennio, Abdon Pamich visse una cronaca di oblio istituzionale. Nonostante l’oro olimpico, visse gli ultimi decenni in una modesta casa popolare di Monfalcone, con una pensione da operaio e nessun riconoscimento pubblico significativo. Il CONI gli conferì la medaglia d’oro al valore atletico solo nel 2004, quarant’anni dopo Tokyo. Nel 2012, per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente Napolitano lo nominò Commendatore della Repubblica, onorificenza che Pamich ricevette in giacca e cravatta, con le mani callose da operaio.
Nel 2016, Abdon Pamich toccò il fondo: senza soldi per le medicine, dovette vendere all’asta la sua medaglia d’oro olimpica. L’oro fu acquistato da un collezionista privato per 8.000 euro, cifra irrisoria rispetto al valore storico. L’episodio suscitò indignazione nazionale e portò il CONI a istituire una piccola rendita vitalizia per l’atleta. Pamich morì il 1º agosto 2024 a Monfalcone, a novant’anni, in una casa di riposo pubblica. I funerali furono celebrati in forma privata, con pochi giornalisti presenti.

Eredità e Memoria: Perché un Campione del Genere è Stato Dimenticato

I valori autentici dell’atletica

La storia di Abdon Pamich solleva domande scomode sullo sport italiano. Perché un oro olimpico è vissuto da operaio e morto in anonimato? La risposta sta nella natura stessa della marcia, sport povero e poco mediatico, e nella scelta di Pamich di non trasformare l’atletica in professione. Ma c’è anche un elemento culturale: l’Italia ha spesso dimenticato i suoi campioni “minori”, preferendo celebrare il calcio e le discipline olimpiche spettacolari.
Oggi, Abdon Pamich sopravvive nei libri di storia dello sport e nelle memorie degli esuli istriani, che vedono in lui un simbolo della loro resilienza. A Monfalcone, il campo sportivo comunale porta il suo nome, unico riconoscimento pubblico in una vita vissuta lontano dai riflettori. La sua medaglia d’oro, venduta per necessità, è oggi esposta in una collezione privata, lontana dai musei dello sport italiano. Abdon Pamich rimane l’ultimo marciatore azzurro sul gradino più alto del podio olimpico, un record che dura da sessant’anni e che nessuno ha ancora eguagliato.

La Vera Storia di Abdon Pamich: Il Film di Rai Play

Dove vedere il documentario sulla vita del campione

Abdon Pamich è protagonista di un documentario esclusivo prodotto da Rai Play che ricostruisce la sua straordinaria vita. Il film, intitolato “Il Marciatore – La vera storia di Abdon Pamich”, offre un ritratto intimo e completo del campione attraverso materiale d’archivio inedito, interviste ai familiari e ricostruzioni dei momenti più significativi della sua carriera. Il documentario approfondisce non solo le imprese sportive, ma anche il contesto storico dell’esodo istriano e le difficoltà quotidiane di un atleta che ha sempre rifiutato il professionismo. Per visionare il film e scoprire tutti i dettagli della produzione, è possibile accedere alla pagina ufficiale su Rai Play. La piattaforma offre la visione gratuita del documentario, rendendo accessibile a tutti la storia di un campione troppo a lungo dimenticato.

Conclusione
Abdon Pamich è stato un uomo che ha trasformato il dolore dell’esilio in energia sportiva, la squalifica di Roma in motivazione per Tokyo, l’anonimato operaio in dignità silenziosa. Nel panorama dello sport italiano, costellato di campioni celebrati e dimenticati, Pamich rappresenta una figura unica: l’atleta che ha vinto l’oro senza mai smettere di lavorare, che ha camminato per centinaia di chilometri senza mai dimenticare i tre passi sbagliati a Roma. La sua storia merita di essere raccontata, non solo per il record sportivo, ma per l’umanità di un uomo che ha incarnato i valori più autentici dell’atletica: sacrificio, perseveranza, umiltà.
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