Michael Ri: il gigante nordcoreano che sfiorò l’America
La storia di Michael Ri è una delle più incredibili mai intrecciate tra sport e geopolitica. Un centro di 2.35 metri proveniente dalla Corea del Nord, con un nome scelto in omaggio a Michael Jordan, che negli anni ’90 fu a un passo dal diventare il giocatore più alto di sempre nella lega americana.
Non si trattò solo di basket. In gioco c’erano equilibri diplomatici, leggi risalenti alla Prima Guerra Mondiale e perfino l’idea di pagare uno stipendio in grano pur di aggirare i divieti statunitensi. Una vicenda che ancora oggi resta unica.
Un gigante fuori scala negli anni d’oro NBA
Negli anni ’90 l’NBA era dominata dall’atletismo e dalla fisicità. I centri sopra i 220 centimetri attiravano l’attenzione degli scout anche quando la tecnica non era raffinata.
L’epoca dei colossi sotto canestro
In quel periodo la lega aveva visto protagonisti giocatori altissimi, alcuni diventati solidi difensori, altri semplici comparse. La statura rappresentava un vantaggio naturale, soprattutto in un’era in cui il gioco interno contava più del tiro da tre moderno.
Michael Ri, con i suoi 235 centimetri, avrebbe superato tutti. La sua apertura di braccia era impressionante e copriva l’area pitturata come pochi altri nella storia.
Michael Ri: un nome scelto per omaggiare Jordan
Il suo nome occidentale non era casuale. “Michael” richiamava il mito dei Chicago Bulls, simbolo globale del basket. In Corea del Nord la NBA era seguita con grande interesse ai vertici del potere, e la figura di Jordan rappresentava eccellenza sportiva e prestigio internazionale.
L’idea era chiara: trasformare quel gigante in un ponte simbolico tra due mondi opposti.
Numeri e caratteristiche tecniche
Michael Ri non era soltanto alto. Aveva coordinazione sorprendente per la sua statura. Con un solo passo copriva porzioni enormi di campo. Schiacciava senza quasi saltare. In difesa alterava ogni tiro vicino al ferro.
Molti scout parlarono di un potenziale unico. Per approfondire altre storie legate al basket internazionale puoi consultare la sezione dedicata su Quigioco Blog.
Il progetto politico dietro Michael Ri
Il tentativo di portare Ri negli Stati Uniti non nacque solo da ragioni sportive. Dietro c’era una strategia più ampia.
La passione per il basket ai vertici nordcoreani
La leadership nordcoreana aveva una forte fascinazione per la pallacanestro. Il basket rappresentava uno dei pochi terreni culturali condivisi con l’Occidente. Inviare il giocatore più alto del mondo nella lega americana poteva diventare un gesto simbolico di apertura.
L’operazione aveva un valore propagandistico enorme.
L’arrivo in Canada e gli allenamenti
Nel 1997 Ri fu mandato in Canada per allenarsi sotto la guida di tecnici esperti. Ottawa divenne la base operativa del progetto. Per mesi squadre NBA inviarono osservatori per valutarlo.
Le relazioni diplomatiche però restavano tese. Gli Stati Uniti consideravano ancora attiva la situazione di conflitto con la Corea del Nord, mai formalmente conclusa con un trattato di pace dopo la guerra degli anni ’50.
Michael Ri sotto controllo: paura della fuga
Ri non era solo. Era accompagnato da rappresentanti incaricati di monitorarlo costantemente. Il timore che potesse chiedere asilo politico era reale.
L’atmosfera attorno al giocatore ricordava più una missione diplomatica che una semplice esperienza sportiva.
Il muro legale che bloccò Michael Ri
Quando l’interesse NBA divenne concreto, emerse l’ostacolo principale: una legge americana del 1917.
Il Trading with the Enemy Act
Il Trading with the Enemy Act impedisce rapporti economici con Paesi considerati nemici. Anche uno stipendio NBA sarebbe stato interpretato come trasferimento di risorse verso Pyongyang.
SQuesta normativa, nata durante la Prima Guerra Mondiale e ancora oggi citata nei contesti di sanzioni internazionali, è spiegata nel dettaglio anche sul sito ufficiale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che ne illustra origini e applicazioni nel tempo.
Questo rese il trasferimento praticamente impossibile.
Il tentativo del contratto in grano
A quel punto emerse un’idea sorprendente. Pagare lo stipendio non in dollari, ma in beni alimentari. Grano, per la precisione. Una soluzione pensata per evitare che denaro liquido finisse nelle casse del governo nordcoreano.
Dal punto di vista legale era un tentativo creativo. Dal punto di vista politico, una provocazione.
L’operazione però non ricevette il via libera definitivo.
La diplomazia e il fallimento dell’accordo
Durante colloqui internazionali sulla non proliferazione nucleare, il nome di Ri entrò indirettamente nelle discussioni. Il progetto sportivo finì travolto da dinamiche ben più grandi.
Alla fine, il giocatore fu richiamato in patria. Il sogno NBA si chiuse prima ancora di iniziare.
La carriera dopo il ritorno in Corea del Nord
Nonostante il mancato approdo in America, Ri continuò a giocare.
Michael Ri ai Giochi Asiatici
Con la nazionale nordcoreana disputò diverse competizioni continentali. In alcune partite fece registrare numeri importanti, dimostrando che il talento non era solo mediatico.
La sua presenza sotto canestro garantiva intimidazione e rimbalzi.
L’esperienza nei club locali
Giocò nel campionato nazionale con il Thunder Club. In amichevoli internazionali affrontò anche squadre europee, attirando curiosità e attenzione.
La sua figura restava iconica. Un atleta fuori scala in un contesto chiuso al mondo esterno.
Il ritiro e il ruolo da allenatore
Dopo il ritiro passò alla carriera tecnica. Le informazioni successive sono limitate. La Corea del Nord resta uno dei Paesi meno trasparenti dal punto di vista mediatico.
Ogni apparizione pubblica del gigante veniva notata per la sua statura imponente, sempre evidente anche in mezzo a file di soldati o atleti.
Michael Ri: cosa sarebbe successo oggi?
Se una storia simile accadesse nel basket moderno, probabilmente avrebbe un esito diverso.
Globalizzazione e nuove regole
Oggi l’NBA è una lega globale. Giocatori provenienti da ogni parte del mondo trovano spazio e tutela contrattuale. La diplomazia sportiva è più strutturata rispetto agli anni ’90.
Le tensioni politiche però continuano a influenzare lo sport internazionale.
L’impatto mediatico nell’era social
Un atleta di 2.35 metri oggi diventerebbe virale in poche ore. Highlight, analisi biomeccaniche e comparazioni storiche riempirebbero i social network.
Negli anni ’90 la diffusione delle informazioni era più lenta e controllata.
Perché la storia di Michael Ri è irripetibile
La vicenda di Michael Ri resta unica perché unisce tre elementi rari: talento fisico estremo, contesto geopolitico delicato e soluzioni contrattuali fuori dagli schemi.
Non fu solo una storia di basket mancato. Fu il simbolo di quanto lo sport possa avvicinare mondi lontani, ma anche di quanto la politica possa dividerli.
Conclusione
Michael Ri avrebbe potuto essere il giocatore più alto della storia NBA. Invece è diventato protagonista di uno dei racconti più particolari mai legati alla pallacanestro.
Il suo tentativo di approdare nella lega americana dimostra che lo sport non vive mai isolato. Regole, diplomazia e interessi internazionali possono cambiare il destino di un atleta.
La Michael Ri story resta un caso emblematico. Un gigante che sfiorò il sogno americano e che ancora oggi rappresenta uno dei più incredibili “what if” della storia del basket mondiale.
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